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Nota n°303
con Topina il 28/04/2006 * 12:06

Ciao Anna,

ho letto proprio ora il tuo messaggio ed in qualche modo ci ho visto un po' della mia storia. Non so se hai dato uno sguardo ai racconti lasciati in questo spazio, ma se non fosse così, permettimi di raccontarti qualcosa di me. Sono passati un anno, un mese e nove giorni da quel pomeriggio di inizio primavera: era una bella giornata, stranamente tiepida, odorosa di glicini sbocciati troppo in fretta e Lui era bello, ogni giorno più bello, avvolto nel fascino dei suoi occhi di cielo, vestito del suo sorriso disarmante, della sua risata cristallina. Ancora adesso il frastuono del mio pianto non vale a spegnere lo scoppio delle sue risate, che risuonano nelle stanze vuote.. Correvamo, correvamo incontro ad una vita che sentivamo non poter essere migliore, sognavamo un figlio, ne disegnavamo i lineamenti e fantasticavamo sul giorno della sua nascita, le prime parole, le mattine di Natale, la prima fidanzata, la laurea.. Ed in pochi minuti coprivamo con il nostro slancio quarant'anni di vita, noi, che non ne avevemo neanche trenta. Non sapevamo, sebbene alcune volte la paura ci cogliesse inermi, che tutti quei progetti, tante volte auspicati da essere pienamente reali, non si sarebbero mai avverati. Stava andando al lavoro quel pomeriggio, cominciava a creare una stabilità per noi, per costruire la nostra casa.. Una curva, un bagliore, il boato delle lamiere contorte e, senza aver il tempo di rendersene conto, il silenzio. Poi la corsa disperata, speranzosa all'ospedale: era di giovedì. Sabato mattina l'ho accompagnato, l'ho tenuto stretto, gli ho dato la forza di compiere un altro viaggio insieme, il penultimo, in attesa che venga a prendermi, per mostrarmi che cosa ha preparato per noi di là.. La folle corsa di un balordo in un attimo ha cancellato tutto. E la verità è che il tempo non aiuta, non rimargina queste, che non sono semplici ferite; semmai, questo benedetto tempo si ferma e da allora non riparte più. Finchè il dolore non ti investe più con tutta la sua forza devastante, perchè fa di più: ti entra dentro, fino a che tu divieni il dolore, che cammina fra la gente.

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