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Altre Testimonianze del -  2009   -  2010  -  2013  

A mia sorella

Cara Licia,

si avvicinava il Natale. Un Natale come gli altri. Tutto era pronto: l’albero, il presepe, i regali, il nonno che si accingeva, per la Befana, a suonare i coperchi sotto la mia finestra, mi faceva paura ma sapevo che sotto la cappa avrei trovato i miei regali. Ci preparavamo a festeggiare come sempre.  Era il ventitré dicembre del 1973, una domenica.

In quel periodo era in vigore “l’austerità”: la crisi del petrolio aveva fatto scattare le domeniche a piedi. Io avevo nove anni e felice scorrazzavo in bicicletta. Tu eri molto più grande di me, avevi ventitré anni e, dopo aver studiato tanto, cominciavi ad affacciarti alla vita. Lo studio aveva dato i suoi frutti: avevi vinto due concorsi ed eri insegnante di ruolo a Roma, avevi scelto la cattedra ad Ostia per rimanere comunque vicina alla famiglia.

Eri giustamente l’orgoglio e la gioia di mamma e papà.

Quella domenica pomeriggio ti facesti bella e raggiungesti i tuoi amici ad Albano; Si offrirono di accompagnarti dopo mezzanotte al termine dell’austerità ma tu eri una ragazza rispettosa dei tuoi genitori e volesti prendere un autobus per tornare prima a casa. Scendesti da quell’autobus intorno alle ventuno alla fermata della casa cantoniera, davanti alla piscina comunale, ma non arrivasti mai più a casa. Un tassista giungeva da Anzio, tu lo vedesti e aspettasti ad attraversare, ma lui non ti vide affatto e ti prese in pieno. Pensò di aver preso un animale e proseguì, poi si rese conto che il parabrezza anteriore era rotto e tornò indietro. Non chiamò nessuno, poteva chiamare gli abitanti della cantoniera, ma sarebbe arrivata l’ambulanza e probabilmente carabinieri e polizia, i quali avrebbero ricostruito la dinamica dell’incidente e avrebbero dimostrato la sua piena colpevolezza. Allora con la complicità dei due passeggeri che trasportava (lei era anche in stato interessante) ti sollevarono e ti rannicchiarono sul sedile posteriore provocando quei danni che qualche giorno dopo causarono la tua morte: era il  ventisette di dicembre. Il codice della strada prevede, ora come allora, che un ferito non si deve toccare se giace in coma. Ma quell’individuo non se ne curò, preoccupandosi soltanto di salvaguardare la propria incolumità.

Arrivò all’ospedale di Nettuno e da lì chiamò  nostra madre: ”Pronto signora sono ….. (i puntini non sono per la privacy ma solo perché non lo voglio nominare). Sua figlia ha avuto un incidente, l’ho accompagnata in ospedale. La vengo a prendere dato che voi non potete circolare con l’auto.” Ti aveva riconosciuta, ti vedeva tutti i giorni quando arrivavi con il treno da Roma, dove tra l’altro frequentavi il magistero per laurearti in lettere.

Mamma pensò che avessi preso una storta scendendo dall’autobus, o qualche sciocchezza simile, e che lui gentilmente ti avesse soccorsa.

I nostri genitori capirono la gravità solo quando il taxi giunse a casa e papà vedendo il parabrezza iniziò ad inveire e l’individuo invitò mamma a salire in fretta preso dal panico.

Mamma giunse a Nettuno e non poté far altro che salire con te sull’ambulanza che vi condusse al San Giovanni di Roma. Quattro giorni d’inferno lottando tra la vita e la morte nel reparto craniolesi, poi il ventisette giunse inesorabile la morte per peritonite.

Di quel giorno ricordo solo papà che entrò dal cancello, mi prese in braccio e mi disse: “l’Orsa Maggiore non c’è più”. Così ti chiamavamo affettuosamente a casa e per me effettivamente non eri solo una sorella, ma una seconda mamma: custodisco gelosamente le foto di te adolescente che mi tieni teneramente in braccio.

Di quel Natale ricordo mamma appoggiata al muro, vicino all’abete addobbato, che piangeva mentre parenti ed amici sfilavano a fiumi.

Il giorno del funerale mamma lo volle incontrare per sapere come era potuto succedere. Disse anche che non aveva intenzione di costituirsi giacché ciò non le avrebbe restituito sua figlia, ma chiedeva solo la verità. La risposta fu decisa “E’ sua figlia che si è buttata sotto”. Un agente mentre usciva le disse: “Signora non mi rovini perché sono un padre di famiglia, ma la sera del ventitré tutto il consiglio comunale, sindaco in testa, si trovava qui per vedere di salvare quel “povero padre di famiglia”. Allora nostra madre giurò che non avrebbe rinunciato alla verità, e lo fece: scoprì tutto quello che si nascondeva dietro quella risposta. Per mesi ad Anzio circolarono voci, e circolano ancora, da lui ad arte diffuse, tutte menzogne che nei tre gradi di giudizio furono smentite, ma gli atti del giudizio i cittadini di Anzio non li conoscono, io li custodisco gelosamente.

-        Avevi attraversato sbucando dietro l’autobus all’improvviso: l’autista dell’autobus testimoniò di aver incrociato il taxi all’altezza del distributore Shell di Tontini, molto lontano quindi dal luogo dell’incidente.

-        Avevi attraversato correndo: la borsa, e i tagli sulla tua fronte indicavano chiaramente che il taxi aveva invaso la mezzeria opposta facendoti cadere vicino al muro della villa di Trillò (di fronte alla casa cantoniera).

Il commissario mandò a fare i rilievi il ventisette solo dopo che l’obitorio comunicò il tuo decesso. Mesi dopo l’individuo continuava a circolare tranquillamente: mamma e papà si recarono dal pretore che chiamò immediatamente l’allora commissario di P.S. il quale si giustificò dicendo che aveva terminato i moduli per la richiesta di ritiro di patente. Tutto fu allora ulteriormente chiaro: i notabili di Anzio si erano mobilitati per difendere il “povero padre di famiglia” rovinato.

Papà, per salvaguardare noi figli superstiti si allontanò andando a lavorare in Venezuela, nostra madre rimase e per dieci anni dovette svolgere anche il lavoro di investigazione che avrebbero dovuto svolgere i nostri avvocati.

In Assise fu condannato per le sue stesse parole: “non ho suonato, non ho frenato perché non vi erano macchine”.

In Appello i nostri avvocati si erano accordati con i suoi ed uno disse a mia madre: “non faccia venire Peppino dal Venezuela, lei sa quanto è impulsivo. In Appello l’individuo potrebbe essere assolto e Peppino potrebbe reagire male. In fin dei conti avete già avuto soddisfazione con la condanna in Primo grado”.

Intanto nel frattempo mamma guidata da qualche chiacchiera e da quell’istinto che ci lega indissolubilmente ai figli, scoprì che l’individuo pochi mesi prima, dimostrando grande perizia alla guida, era passato con il semaforo rosso ad un incrocio della Nomentana, travolgendo quattro auto. Il conducente di una di esse, una lancia Flavia, rimase invalido per tutta la vita. Per far sì che ritirasse subito la querela l’assicurazione dell’individuo lo liquidò: il povero ignaro accettò e quando nostra madre lo contattò, seppe perché gli erano stati offerti quei soldi e pianse per averli accettati. Il fascicolo lo ritrovò mamma ricercando presso il presidio di polizia stradale sulla Nomentana. Era stato archiviato e l’individuo risultava così pulito come un agnellino, ma un agente commosso dalla vicenda lo disseppellì dall’archivio e ne consegnò una copia a mamma.

Mamma inviò tutto al giudice che avrebbe dovuto presiedere l’Appello e vi unì il tuo curriculum e la tua fotografia. Il giudice mise tutto agli atti e questo fece sì che venisse confermata la sentenza di primo grado; tutto ciò con grande disappunto dei nostri avvocati. Uno disse all’altro: “ma non si era detto che l’incidente precedente non doveva uscir fuori”, l’altro rispose “e che posso farci se quell’imbecille ha scritto al Giudice”. Una madre che difende la memoria di sua figlia è un imbecille quando intralcia i disegni dei potenti.

Non contento l’individuo si rivolse anche alla Cassazione, la quale di fronte a tanta evidenza non poté far altro che confermare le sentenze precedenti.

Erano passati dieci anni. Poi ci furono altri dieci anni per il processo civile ed emerse che in fin dei conti non avevi nessuno a carico perciò si parlò di danno morale e fu data una cifra irrisoria, allora non si parlava  neanche lontanamente di danno esistenziale né tantomeno di quello biologico.

Non ci sono altarini nel punto in cui la tua vita è stata ingiustamente troncata né busti commemorativi al cimitero. Per consolarci molti ci dicevano che la colpa di tutto è del destino. Ma quale destino? Quello di aver trovato sulla propria strada uno che non ci doveva stare? Uno  che solo grazie alle connivenze si trovava sulla tua strada? Io non lo chiamerei destino ma superficialità, connivenza e chi ne ha più ne metta.

In tutti questi anni per tutti noi della famiglia si sono succeduti eventi di gioia e di grande dolore. La nascita di mio figlio e della figlia di nostro fratello hanno portato gioia ma i nostri Natali sono sempre stati segnati da un velo di tristezza e di dolore. Molti che ti conobbero ricordano ma ancora non sanno tutta la verità. Per questo ho deciso oggi, dopo quarant’anni, di renderti giustizia, quella giustizia che gli uomini non ti hanno saputo rendere.

Tutti noi abbiamo pagato, anche fisicamente subendo dei danni biologici non indifferenti, per l’ingiustizia che ti è stata fatta.

Oggi dico a quella famiglia: forse, se solo vostro padre avesse chiesto perdono tutto sarebbe stato diverso, il dolore sarebbe ancora vivo certamente, ma non avrebbe dato vita al livore che invece è inevitabile.

Nessun perdono per coloro che non lo hanno mai chiesto. Per coloro che con tracotanza hanno continuato a ritenersi nella ragione. Per coloro che, certi degli appoggi politici locali hanno ritenuto che l’episodio fosse “archiviato“.

Chiunque abbia in qualche modo difeso ed appoggiato quell’individuo si deve sentire responsabile, non solo della tua morte ma di tutto quello che è accaduto alla tua famiglia.

Il dignitoso silenzio di questi quarant’anni non sta a significare che tutto è passato. Anzi, tutto è ancora vivo e straziante come allora.

In questo paese civile, dove ci scandalizziamo se qualcuno viene cremato, dopo trent’anni circa, apriamo le bare perché è necessario liberare i fornetti. Quando ciò è avvenuto abbiamo scoperto che neanche la morte ha voluto rovinare la tua bellezza.

Ti avrebbero sepolto per altri tot anni, per poi riaprire il tuo feretro…

Non lo abbiamo permesso: i tuoi resti mortali sono stati cremati e così la tua purezza sarà per sempre. ADESSO TI DICO: RIPOSA IN PACE. E spero che anche noi tutti riusciremo a trovarne un po’.

Tua Delia

Altre Testimonianze del -  2009   -  2010  -  2013  


Data di creazione : 29/12/2013 * 18:37
Ultima modifica : 29/12/2013 * 18:38
Categoria : - Testimonianze
Pagina letta 9072 volte


Commenti a questo articolo

Risposta n°3 

con lucia il 03/02/2017 * 18:21
Buonasera,
 
 siamo un gruppo di amici. Abbiamo poche parole da dire, salvo che ci auguriamo, nel piu profondo, che una persona in particolare, senza fare nomi, femmina, che tre mesi fa ha travolto ed ucciso un caro amico nostro, abbia almeno un briciolo infinitesimale di coscienza, per rendersi conto di cio' che ha davvero commesso.
Spesso la giustizia non fa nulla, e anche questa assassina tornerà presto alla sua vita normale come se nulla fosse successo. Lavoro, amici, fidanzato, famiglia che la consolerà (poverina), mentre questa criminale ha cancellato per sempre una vita umana.
Chiunque commette cio' deve essere chiamato con un solo ed unico nome :
ASSASSINO/A ..senza se e senza ma !
Se si travolge qualcuno per distrazione non si è meno colpevoli e responsabili , ma se caso mai di piu poiche la distrazione su un mezzo è mille volte colpevole, mille volte criminale.

Risposta n°2 

con Alessandra il 18/03/2014 * 21:30
Non ci sono parole,
vergogna vergogna vergogna,
un fortissimo abbraccio,
Alessandra

Risposta n°1 

con cris il 26/02/2014 * 10:27

Mi spiace per quel che è accaduto. Posso solo dire che ho trovato spesso vergognoso come testimoni di incidenti stradali tentino sempre di minimizzare le responsabilità dei conducenti, quando viene travolto un pedone. "Non poteva fare nulla per evitarlo" "Si è buttato". I rilievi smentiscono pressoché sempre opinioni personali dei testi che non dovrebbero neppure essere assunte in giudizio e sono scandalosamente ammesse dai giudici, specie quelli di pace. Un abbraccio.


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