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Lettera aperta al Club Alpino Italiano

Caso Caneazzo del 22 giugno 2002

Il caso Caenazzo, ovvero Il C.A.I. (Club Alpino Italiano) e la scala dei valori (con allegata la lettera dei genitori della quindicenne Anna Caenazzo al C.A.I.). Questi i fatti: sabato 22 giugno 2002, nostra figlia Anna, quindicenne, partecipò ad una escursione organizzata dall’Alpinismo Giovanile del C.A.I. di Padova. Alle 6,30 venne affidata ai quattro accompagnatori del C.A.I. Alle 10,30 venne dichiarata morta, vittima di un incredibile incidente stradale.

La lettera

Alla cortese attenzione di

Gabriele Bianchi Presidente Generale del C.A.I.

Paola Peila Direttore Generale del C.A.I.

Egregi Signori,

vi scriviamo pubblicamente, in merito ad una vicenda che ci ha luttuosamente colpito, dopo che ripetute lettere privatamente indirizzate ad organi istituzionali del CAI sono rimaste senza risposta alcuna.

Questi i fatti: sabato 22 giugno 2002, nostra figlia Anna, quindicenne, partecipò ad una escursione organizzata dall’Alpinismo Giovanile del C.A.I. di Padova. Alle 6,30 venne affidata ai quattro accompagnatori del C.A.I. Alle 10,30 venne dichiarata morta, vittima di un incredibile incidente stradale, avvenuto sulla statale che dal Passo San Pellegrino scende verso Moena (TN). La giornata era bella, il fondo stradale in normali condizioni, non c’era traffico. “Si ruppero i freni” del minibus appositamente noleggiato e l’autista, ventenne e neoassunto, non riuscì a compiere una manovra di salvataggio efficace.

Il corpo di Anna venne portato nell’obitorio del cimitero di Moena, dove, sotto sequestro giudiziario, rimase dal sabato al lunedì successivo. Superfluo dire che noi genitori, autorizzati dal magistrato, la vegliammo tutto il tempo possibile, sostenuti dalla presenza discreta e affettuosa dei Vigili Urbani di Moena e dell’Amministrazione Comunale. Del C.A.I. nessuna presenza, nessuna traccia nè telefonica nè telegrafica.

Il Presidente del C.A.I. di Padova e la Responsabile dell’Alpinismo Giovanile vennero a porgerci le condoglianze al funerale. Due giorni dopo ricevemmo un invito telefonico ad un incontro per i genitori dei partecipanti all’escursione. Ordine del giorno: aspetti assicurativi. E dopo il silenzio.

Il mese successivo un quotidiano locale pubblicò, con la dicitura lettera firmata, una lettera di un gruppo di genitori, che chiedevano quale responsabilità assume il C.A.I. nei confronti dei minori che conduce in montagna e in quale momento tale responsabilità incomincia. Se solo all’inizio dell’escursione a piedi o non già dalla fase organizzativa e nella scelta del mezzo di trasporto. Il Presidente del C.A.I. di Padova rispose minacciando “ogni azione di tutela nei confronti degli autori che, disinvoltamente, si erano nascosti nell’anonimato”. Il Direttore del giornale così commentava “…per brevità abbiamo omesso le firme. Non ci pare che questa sia la questione più rilevante tra quelle legittimamente espresse.” Replicò il Vice-Presidente del C.A.I. deplorando il commento e manifestando preoccupazione per il “…danno all’immagine del nostro sodalizio”.

Questa fu la preoccupazione pubblicamente espressa dalla dirigenza del C.A.I. di fronte alla morte evitabile di una quindicenne

Il rifiuto di un confronto sul tema della sicurezza fornita è continuato con il diniego, mai motivato, di pubblicare sul bollettino provinciale del C.A.I. una nostra risposta ad una descrizione dell’incidente che ivi era comparsa. In tale resoconto, l’estensore, un membro del Direttivo C.A.I., salvava la serietà del ditta, la bravura dell’autista e definiva l’incidente “una tragica fatalità”.

Noi genitori, che avevamo acconsentito che Anna partecipasse a una gita in montagna, per la prima volta non in nostra compagnia, perché allora avevamo un’alta considerazione del C.A.I., non capivamo perché le persone cui fiduciosamente avevamo affidato nostra figlia rifiutassero ogni confronto sulla sicurezza dell’organizzazione. Abbiamo cominciato a pensare che il comportamento dei dirigenti padovani fosse anomalo ed abbiamo inviato la nostra lettera alle redazioni delle riviste nazionali e regionale del C.A.I. Nessuna risposta è giunta, così come nessuna risposta è stata data ad altre lettere scritte da soci pluridecennali del C.A.I., amici che hanno conosciuto e voluto bene ad Anna.

Così il pensiero che il funzionamento del C.A.I. di Padova fosse anomalo si è modificato nell’interrogativo se sia uno stile nazionale del C.A.I. quello di non confrontarsi sulle responsabi­lità organizzative quando si verificano incidenti. E per affrontare le responsabilità intendiamo riflettere, anche pubblicamente, sul proprio operato ed abbandonare la retorica della tragica fatalità o dell’eroe vittima della montagna.

Il Presidente Generale del C.A.I., all’assemblea dei delegati di Bergamo (maggio 2003), parla di bilancio positivo del C.A.I. nel 2002, Anno Internazionale della Montagna. Vorremmo sapere in quale voce di bilancio è stata messa Anna, attratta (e noi con lei) da una locandina che recitava “In occasione dell’anno della Montagna l’Alpinismo Giovanile organizza una attività rivolta ai giovani di età compresa tra i 13 e 18 anni, per avvicinarli all’ambiente montano…”.

Ci siamo fidati del prestigio di una sigla, dimenticando che dietro alle sigle ci sono uomini e donne, non necessariamente all’altezza dei compiti che si assumono. Ma di questo il C.A.I. non vuol parlare.

I genitori di Anna

Rossella Ponchia Andrea Caenazzo

Padova, Novembre 2003

 

 

 


Autostrade per l'Italia

 Segnalazione di presunta ingannevolezza di messaggio pubblicitario

All’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Piazza G. Verdi, 6/a – 00198 Roma

Alla Stampa

Roma 12.02.2002

La sottoscritta Giuseppa Cassaniti Mastrojeni, presidente dell’Associazione intestata, radicata con 73 sedi su tutto il territorio nazionale, comunica che a parere di quest’Associazione la pubblicità “Autostrade per l’Italia” sia fortemente ingannevole, poiché offre un’immagine falsificata delle autostrade, inducendo a credere che siano dei paradisi e su di esse passa il futuro, distogliendo dalla realtà delle vite distrutte e compiendo delle assurde lacerazioni logiche, per cui il futuro è staccato dal presente e dal passato.

Nel vedere le immagini di finzione filmica delle autostrade, i familiari delle vittime, infatti, restano interdetti e per un momento sembra anche a loro che i corpi straziati a causa delle gravi carenze delle autostrade siano solo fantasia. Ma, superato il momento e riacquistando la consapevolezza critica, restano poi veramente allibiti e si chiedono: è giusto utilizzare i mezzi di comunicazione per presentare alle persone un futuro avulso dalle odierne gravissime conseguenze delle carenze infrastrutturali? È giusto far ciò mentre le nostre autostrade restano tra le più pericolose d’Europa, agli ultimi posti anche in termini di percentuale di reinvestimento in sicurezza? È giusto sottolineare solo l’impegno di 9.000 tecnici per farci viaggiare più sicuri e tacere del contributo che guard-rail inadeguati, inesistenza di reti sui viadotti, presenza di varchi tra le opposte corsie e quant’altro offrono alla cifra di circa 9.000 vittime che ogni anno muoiono sulle nostre strade? Il tutto suggellato dallo slogan finale secondo cui il futuro passa dalle autostrade; slogan che non dà spazio alla necessità di vie di trasporto alternative, anche se previste dal Piano Nazionale della Sicurezza.

Ci si può permettere impunemente di calpestare il diritto alla corretta informazione e l’intelligenza delle persone, disorientandola con immagini impensabili come se fossero reali? Si può mai presentare un’autostrada come un luogo di passeggio e caratterizzarla, per di più, con carrozzine di bimbi? La sua identità e il bisogno di cambiamento avrebbero invece richiesto immagini di traffico caotico e disomogeneo, e poi sedie a rotelle con sopra giovani vite che accompagnano una lunga processione di bare. E a questo punto sarebbero state logiche tante domande da parte di coloro che gestiscono o rilanciano le autostrade: come mai tutto questo? E noi ne siamo responsabili? E fino a che punto? Cosa dobbiamo fare e come dobbiamo interagire con tutte le altre strutture perché il traffico non sia una trappola mortale per l’uomo? E poi, chiedersi ancora: ma a noi delle autostrade interessa l’uomo o il guadagno a tutti i costi?

I familiari delle vittime sanno che il vero futuro non passa sulle strade, come invece afferma il messaggio: esso, piuttosto, si costruisce attraverso le risposte a quelle domande che pongono l’uomo di fronte a se stesso e lo invitano a scegliere e ad essere responsabile nella temporaneità della sua esistenza.

Per tutto quanto sopra e per il modo falsificato di presentare la realtà che, anche se riferita al futuro, suona offesa per le vite distrutte, la nostra Associazione chiede che codesta Autorità valuti le condizioni di ingannevolezza da noi sostenute e, se ritiene che esistano, assuma i provvedimenti che riterrà più adeguati, ivi compresa la sospensione della campagna pubblicitaria da tutti i mezzi di comunicazione, Tv e Stampa.

Si precisa che la pubblicità in oggetto è continuamente diffusa sulle reti RAI e Mediaset e dai maggiori quotidiani nazionali (si allega fotocopia dello spot riportato dal quotidiano “Il Tirreno”).

In attesa di conoscere la decisione, si inviano distinti saluti.

Giuseppa Cassaniti Mastrojeni (presidente)


Data di creazione : 25/01/2006 * 14:08
Ultima modifica : 07/04/2006 * 15:55
Categoria : - Le vergogne
Pagina letta 21118 volte


Commenti a questo articolo

Risposta n°1 

con manrico il 08/03/2006 * 19:59

Non solo è condivisibile quanto scrive la Presidente ma proprio al sottoscritto sono affidati due casi di vittime di guard rail di cui quanto ad uno:

 era interrotto, e quindi appuntito, e contro di esso un'auto si è aperta come una scatola provocando la morte del conducente;

quanto ad un altro, proprio  nel punto dove iniziava, un'auto ci si è infilata dalla parte del conducente drittto per dritto causandone la morte. Ogni commento è superfluo: bastava che fossero messi a norma..........



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